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Theresa May e i primi passi incerti sul cambiamento climatico

Pubblicato su Rivista Micron

Il parlamento britannico ha appena approvato il Fifth carbon budget, messo a punto nei mesi scorsi per delineare il percorso UK sul fronte emissioni. Intanto, il nuovo primo ministro Theresa May ha eliminato il Department of Energy and Climate Change, così che il cambiamento climatico è ora di competenza del Department for Business, Energy & Industrial Strategy. Una scelta che non ha mancato di suscitare perplessità.

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Fare impresa contro il cambiamento climatico

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L’accordo di Parigi è stato un punto di svolta per un’azione globale per limitare il cambiamento climatico. Oltre ai governi nazionali e regionali, anche le aziende faranno la loro parte. In particolare, le azioni che verranno intraprese nei prossimi anni sono descritte nel report The Business End of Climate Change, redatto dal New Climate Institute di Colonia. Entro il 2030, le imprese taglieranno le emissioni di gas a effetto serra di 3,7 miliardi di tonnellate di CO2 equivalenti all’anno.

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Le isole (di calore) veneziane

Nella laguna veneziana sono apparse delle nuove isole, accanto a quelle ben più famose di Murano, Burano e Giudecca. Non riuscite a vederle? Eppure gli effetti della loro presenza sono evidenti e preoccupanti.

Secondo una ricerca condotta da un team della University of Southampton, l’aumento della temperatura superficiale del mare a Venezia e nelle regioni costiere limitrofe è fino a dieci volte più elevata rispetto alla media mondiale (pari a 0,13 gradi per decennio). I ricercatori inglesi ritengono che questo fenomeno sia dovuto al cosiddetto effetto isola di calore urbana, un processo tale per cui nelle regioni caratterizzate da una rapida espansione industriale e urbana si producono grandi quantità di calore di origine antropica. Cemento e asfalto assorbono anche il 10% in più di energia solare rispetto alla vegetazione. A tutto ciò si aggiunge il calore artificiale generato dalla combustione degli idrocarburi per i trasporti e dagli scarichi degli impianti per il condizionamento dell’aria.

A Venezia, in particolare, l’analisi della temperatura dell’acqua di mare nella laguna ha suggerito un aumento durante i mesi invernali, anche dieci volte superiore rispetto a quello globale previsto dal Comitato intergovernativo sul mutamento climatico. Si tratta di un risultato direttamente collegato al turismo, il cui impatto, con oltre 22 milioni di presenze ogni anno, è necessariamente decisivo. Anche il settore della pesca e dell’acquacoltura è a rischio, con migliaia di lavoratori interessati. Un aumento della temperatura superficiale del mare nella zona costiera riduce i livelli di ossigeno disciolto nell’acqua causando gravi danni alle popolazioni ittiche.

Questo fenomeno può comportare conseguenze estreme a livello globale. Le zone costiere del mondo occupano il 18% della massa terrestre e si stima che 1,6 miliardi di persone vivano attualmente in queste regioni in tutto il mondo. La densità della popolazione costiera è tre volte superiore alla media mondiale ed è destinata ad aumentare del 30% entro il 2025. Lo studio inglese dimostra che la massiccia urbanizzazione delle zone costiere può comportare la presenza di isole di calore urbane, le cui conseguenze economiche e ambientali vanno valutate e affrontate con urgenza per garantire un futuro agli habitat costieri.