NBA. Il campionato più bello (e faticoso) del mondo

Scritto l’8 maggio 2013

Nella mia vita ho sbagliato più di novemila tiri, ho perso quasi trecento partite, ventisei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l’ho sbagliato. Ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto.

È vero, alla fine Michael Jordan, il più grande giocatore di basket di tutti i tempi, ha vinto tutto, ma per riuscirci ha dovuto allenarsi tanto e aspettare diversi anni, sino al 1991, quando è riuscito a conquistare il primo dei suoi sei titoli NBA. Nella sua carriera, il campione dei Chicago Bulls e dei Washington Wizards ha calcato i parquet della lega nordamericana per 1072 volte in regular season e 179 volte nei playoff. Quindici stagioni in totale, con due ritiri momentanei e altrettanti ritorni in grande stile. A parte cinque mesi di stop nella stagione 1985-86, Jordan ha saltato pochissime partite per infortunio, un fatto decisivo se si vuole arrivare in forma ai playoff che permettono di aggiudicarsi l’anello che spetta ai vincitori.

Una stagione NBA prevede ben 82 partite di stagione regolare in poco più di cinque mesi, mentre per vincere il titolo è necessario vincere quattro serie di playoff al meglio delle 7 gare. Chi arriva in finale rischia dunque di giocare più di 100 partite. Si tratta di un impegno psicofisico decisamente notevole. Da questo punto di vista, i recenti gravi infortuni di Danilo Gallinari (classe 1988) e Kobe Bryant (1978) hanno riaperto la discussione sull’usura degli atleti NBA, costretti a giocare dalle 2 alle 5 gare a settimana più gli eventuali playoff. Il Gallo ha giocato 71 partite (32.5 minuti di media) prima di dover interrompere la sua corsa con i Denver Nuggets a causa della rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Il Black Mamba, leader dei Los Angeles Lakers, si è invece arreso dopo 78 incontri (38.6 minuti di media) a causa della lesione al tendine d’Achille del piede sinistro. Senza i loro campioni, le due squadre sono state eliminate al primo turno dei playoff e lo spettacolo ne ha certamente risentito. Gli Oklahoma City Thunder hanno appena perso Russell Westbrook, il play titolare, e stanno faticando parecchio, aggrappati al talento cristallino di Kevin Durant. Altre squadre sono invece incerottate (i Chicago Bulls di Marco Belinelli) o avanti negli anni (i San Antonio Spurs dell’eterno trio Parker, Duncan, Ginobili).

Nel momento in cui scriviamo, le 30 squadre NBA hanno già avuto a che fare con oltre 140 giocatori infortunati, alcuni per tutta la stagione. Non sarebbe forse il caso di ridurre il numero delle partite? Senza i back to back (due partite in due giorni), gli atleti potrebbero riposare di più e allenarsi meglio, proprio come accade in Europa. Il turn over non sarebbe invece una soluzione ottimale in quanto chi paga il biglietto ha giustamente diritto a vedere tutte le stelle in campo.

In realtà, nonostante il rischio infortuni, più si sta in campo più si gioca meglio. Un recente studio della University of Central Florida ha misurato le variazioni di performance di dodici giocatori degli Orlando Magic dalla pre-season sino al termine della scorsa stagione, facendo distinzione tra lo starting five e i cosiddetti panchinari. Nel complesso, il livello delle prestazioni fisiche dei titolari (4 analizzati su 5, uno scartato perché infortunato durante l’anno) sembra decisamente migliore rispetto a quelle dei cosiddetti panchinari (3 analizzati su 7). I primi, infatti, sono stati in grado di mantenere pressoché costante la forza, la potenza e la rapidità durante il campionato. Chi si trova ai margini delle rotazioni ha invece faticato a mantenere uno stato di forma costante nel tempo. I cinque che solitamente hanno iniziato la partita hanno anche migliorato la loro capacità di saltare in verticale, hanno mantenuto la loro composizione corporea e hanno avuto tempi di reazione migliori rispetto ai compagni meno impiegati.

In attesa di altri studi, si continuerà a giocare, a vincere, a perdere, ad amare questo sport perché in fondo il basket è poesia in movimento.

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