Recensione: Il malato immaginato

“Morire non mi piace per niente. È l’ultima cosa che farò”. Roberto Benigni, con la sua consueta ironia, ci ricorda che la nostra società ha allontanato da sé l’idea della morte, quasi illudendosi che essa si possa rimandare all’infinito. Tutte le persone nate, tuttavia, sono destinate a morire. Si tratta di un evento naturale e, come tale, va accettato. Si può cercare di vivere bene, questo sì, ma “ci deve essere qualcosa che non funziona se una persona, quando non ha alcun problema, va a farsi visitare da un medico”. Marco Bobbio, primario di Cardiologia all’Ospedale Santa Croce e Carle di Cuneo, analizza molto bene questa problematica attraverso le storie dei rapporti quotidiani tra medici e ammalati. Il suo libro, “Il malato immaginato”, descrive i rischi di una medicina senza limiti, sempre più invadente, che diffonde il timore di minacciose malattie e induce ad assumere farmaci anche quando, di fatto, non si soffre di alcuna patologia.

Curare i sani è, in effetti, molto redditizio. Si tratta di milioni di potenziali clienti a cui basta semplicemente indurre il terrore di poter morire o di non avere la salute e l’energia richieste da un mondo ultracompetitivo come quello occidentale. “Inventa anche tu una patologia… troverai subito i malati!!!” Sembra essere questo il motto delle grandi case farmaceutiche, che negli ultimi anni hanno creato, spesso dal nulla, numerose malattie fittizie con il relativo farmaco già pronto per il commercio: l’invecchiamento, le borse sotto gli occhi, l’intestino pigro, le orecchie a sventola, la sindrome delle gambe stanche, solo per citarne alcune. Siamo di fronte a veri e propri casi di disease mongering (vendita di malattie), finalizzati all’introduzione e alla commercializzazione di un nuovo prodotto, non necessariamente utile, a volte persino dannoso.

Ogni individuo ha diritto alla cura migliore. Il problema, come giustamente si chiede Bobbio, è darne una giusta definizione. Quella che prolunga la vita di qualche mese o anno? Quella più costosa? Quella meno dolorosa o più efficace? Il termine “migliore” assume, in questo contesto, una connotazione assolutamente relativa. La scienza medica è in grado di dire se un trattamento sia mediamente più opportuno di altri, ma sul caso singolo non può esprimersi con sicurezza. Bobbio consiglia ai giovani medici di ascoltare e visitare i loro pazienti con calma. I malati, infatti, sono prima di tutto persone, in gran parte sofferenti, non casi clinici, e con essi è possibile confrontarsi per trovare la terapia condivisa più adeguata. Il dialogo può anche essere la soluzione per far guarire i “malati immaginati” dalle loro non-malattie, spiegando che si tratta, in realtà, di patologie costruite ad arte per vendere pillole anche a chi sta bene.

Il testo di Bobbio dovrebbe essere consigliato ai giovani specializzandi in medicina, che potrebbero così imparare a non suscitare la paura delle malattie e del futuro incerto, ma individuare con i pazienti il giusto equilibrio tra aspettative e soddisfazioni. Il progresso della medicina non deve essere guidato dalle leggi di mercato, ma dalle effettive esigenze dei pazienti. “Epidemie” di bambini con il disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività, curato, per così dire, con farmaci come il Ritalin (un’anfetamina), rivelano che l’unico soggetto davvero malato è in realtà il mercato farmaceutico, troppo condizionato dagli interessi economici. Occorre dunque contrastare l’induzione del bisogno, con i medici impegnati in prima linea: non è possibile, nota infatti Bobbio, che oggi ci sentiamo peggio pur essendo molto più curati di cinquant’anni fa.

George Orwell ha detto che “in tempi di menzogne dire la verità è un atto rivoluzionario”. Quelle di Big Pharma, la potentissima lobby che detiene il monopolio delle cure sulla nostra salute, ci hanno fatto credere di essere (tutti) malati, ma per fortuna c’è ancora chi, come Bobbio e molti altri medici di valore, continua a esercitare la medicina con onestà, in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento, lontani da ogni condizionamento. Una volta lo chiamavano Giuramento di Ippocrate, oggi è diventato un atto coraggioso.

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