Prosopagnosia: persone che “vedono” con le orecchie

Pubblicato su AgoraVox Italia

“La percezione di un sorriso rimarrà in noi dopo che è balenato per non più di un millesimo di secondo, tanto è sensibile la nostra mente alla vista del volto umano”. Queste parole di Richard Bach, lo scrittore americano noto per aver pubblicato il romanzo Il gabbiano Jonathan Livingston, purtroppo non valgono per tutti. Molti individui, infatti, sono affetti da prosopagnosia, un deficit percettivo acquisito o congenito del sistema nervoso centrale, scoperto nel 1947 dal neurologo tedesco Joan Bodamer, che impedisce di riconoscere i propri familiari o le persone famose tramite i lineamenti del volto. In greco, infatti, prosopon significa faccia, mentre agnosia si può tradurre come assenza di conoscenza.

Bradley Duchaine, professore associato di scienze psicologiche e del cervello presso il Birkbeck College dell’Università di Londra, studia da diversi anni il processo di riconoscimento facciale, cercando di capire la complessità di ciò che effettivamente avviene nel cervello quando una persona guarda un altro soggetto. L’obiettivo principale dello scienziato e dei suoi collaboratori è quello di comprendere le basi neurali della prosopagnosia, determinando ciò che non funziona in termini di elaborazione delle informazioni. Duchaine, nel recente articolo Just another pretty face: Dartmouth professor investigates neural basis of prosopagnosia, definisce in modo chiaro la patologia: “Ci riferiamo alla prosopagnosia come un deficit selettivo di riconoscimento dei volti. Le persone sono in grado di distinguere perfettamente le voci, il che dimostra che si tratta davvero di un problema visivo. Essi hanno anche la capacità di identificare perfettamente le proprie auto e abitazioni. Solo il riconoscimento dei volti costituisce un grave problema.”

In particolare, lo studioso focalizza la propria attenzione sulla prosopagnosia dello sviluppo, una forma congenita caratterizzata da un deficit selettivo nel riconoscimento e percezione dei volti, e su quella associativa, in cui i collegamenti tra il processo primario di riconoscimento dei volti e le informazioni che riguardano le persone, conservate nella nostra memoria, sono carenti. Persone con questo tipo di disturbo, pur identificando le caratteristiche principali di un volto, non sono in grado di identificarlo di nuovo successivamente o di fornire informazioni sul conto della persona a cui esso è associato.

I ricercatori inglesi hanno utilizzato, per eseguire i propri esperimenti, l’elettroencefalogramma, il test che misura e registra l’attività elettrica cerebrale usando degli elettrodi attaccati al capo e collegati mediante fili a un computer. L’impiego di tale strumento ha permesso di ottenere un’eccellente risoluzione temporale, individuando i tempi di risposta elettrica del cervello a un dato stimolo. Duchaine e i suoi colleghi hanno mostrato ai pazienti diverse immagini di volti, alcuni famosi, registrando le loro risposte. Molte delle facce note, come previsto, non sono state riconosciute. I ricercatori hanno però riscontrato, in metà del campione, una risposta elettrica a circa 250 millisecondi (ms) dopo aver visto le facce. I risultati suggeriscono che i prosopagnosici riconoscano inconsciamente i volti noti in una fase precoce (250 ms, appunto), ma che poi questa informazione venga persa in una fase successiva (solitamente dopo 600 ms). Anche se i pazienti non sono consapevoli di avere di fronte un volto noto, una parte del loro cervello riconosce effettivamente quella faccia, attraverso un fenomeno noto come riconoscimento del volto nascosto. L’altra metà del prosopagnosici, ovvero quelli che non hanno mostrato alcuna reazione dopo 250ms, dovrebbe invece soffrire di un malfunzionamento nel sistema di elaborazione già in una fase iniziale.

L’ipotesi più plausibile è che il lobo temporale, una vasta area degli emisferi cerebrali situata davanti al lobo occipitale e al di sotto di esso, contenga una serie di aree responsabili dei processi di riconoscimento facciale e che quindi ci siano molti modi diversi tramite cui questo sistema possa non funzionare correttamente. Ad esempio, a causa di una lesione cerebrale bilaterale della giunzione temporo-occipitale o anche del solo emisfero destro. Inoltre, anche i collegamenti tra le diverse zone potrebbero essere difettosi. Il lavoro di Duchaine è la prima dimostrazione convincente di un processo di “riconoscimento segreto” tipico della prosopagnosia dello sviluppo, la forma più diffusa della malattia.

Secondo lo studio First Report of Prevalence of Non-Syndromic Hereditary Prosopagnosia, pubblicato nel 2006 sull’American Journal of Medical Genetics da alcuni ricercatori tedeschi e sudafricani, il 2,5% della popolazione potrebbe soffrire, la maggior parte in forma lieve, di una forma di prosopagnosia. Molti riescono a sfruttare il ricordo di alcuni dettagli per facilitare il riconoscimento: un naso prominente, barba e baffi caratteristici, un particolare abbigliamento o la montatura degli occhiali. Altri individuano le persone dalla voce, dalla loro corporatura, dal modo di camminare o dal contesto in cui si trovano. Tutto questo avviene molto spesso inconsciamente, senza che ci si renda davvero conto del proprio deficit cognitivo.

L’atteggiamento di chi vive a stretto contatto con i prosopagnosici diventa determinante. Parenti e amici, conoscendo la natura del problema, possono rendersi facilmente riconoscibili attraverso la voce. Per quanto riguarda gli estranei, invece, il rischio di fare brutte figure aumenta, ma alcuni piccoli accorgimenti, ad esempio biglietti da visita con un riferimento alla malattia, possono aiutare.

Il filosofo giapponese Fukuyama ha più volte affermato che “la cosa più importante nella vita è essere riconosciuti”, ma per chi soffre di prosopagnosia vale sicuramente l’opposto. Pensate ai vostri familiari più cari. Come vi sentireste se non foste in grado di riconoscerli guardando il loro volto?

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