È stata un’ottima cura, ma abbiamo perso il paziente

«In quel manicomio esistevano gli orrori degli elettroshock. Ogni tanto ci assiepavano dentro una stanza e ci facevano quelle orribili fatture. Io le chiamavo fatture perché non servivano che ad abbrutire il nostro spirito e le nostre menti. La stanzetta degli elettroshock era una stanzetta quanto mai angusta e terribile; e più terribile ancora era l’anticamera, dove ci preparavano per il triste evento. Ci facevano una premorfina, e poi ci davano del curaro, perché gli arti non prendessero ad agitarsi in modo sproporzionato durante la scarica elettrica. L’attesa era angosciosa. Molte piangevano. Qualcuna orinava per terra. Una volta arrivai a prendere la caposala per la gola, a nome di tutte le mie compagne. Il risultato fu che fui sottoposta all’elettroshock per prima, e senza anestesia preliminare, di modo che sentii ogni cosa. E ancora ne conservo l’atroce ricordo».

Alda Merini, la famosa poetessa scomparsa nel 2009, descrive così, nel libro «Elettroshock», la terribile esperienza del manicomio. Eppure, la terapia elettroconvulsiva è stata a lungo considerata una tecnica efficace per la cura dei casi più gravi di psicosi e depressione. Basata su convulsioni indotte nel paziente per mezzo di una corrente elettrica fatta fluire attraverso il cervello, questa terapia fu introdotta alla fine degli anni Trenta dai neurologi italiani Ugo Cerletti e Lucio Bini, che proseguirono le ricerche del premio Nobel austriaco Julius Wagner-Jauregg.

Come ci ricorda l’articolo «La terapia elettroconvulsiva: revisione critica del suo utilizzo in Italia» di Abbiati et al. (2010), la reazione della società fu inizialmente favorevole, visti i buoni tassi di guarigione. In seguito, però, questo trattamento venne sempre più rappresentato in tutto il mondo come un vero e proprio atto coercitivo, con un sensibile aumento della sfiducia della popolazione.

È il caso, ad esempio, dello scenario rappresentato nel famoso film di Miloš Forman «Qualcuno volò sul nido del cuculo» (1975), tratto dall’omonimo romanzo di Ken Kesey (1962), in cui l’elettroshock e la lobotomia vengono utilizzati per tenere sotto controllo o punire i pazienti.

Anche Lou Reed, il famoso cantautore statunitense che negli anni Sessanta fece discutere per i suoi atteggiamenti effeminati e provocatori, fu sottoposto, a soli 17 anni, a una serie di elettroshock. In quegli anni, l’omosessualità era purtroppo ancora considerata pericolosa e destabilizzante per la società. La presunta terapia si rivelò traumatizzante e devastante, oltre che, naturalmente, inutile.

Questa invece la disperazione di Ernest Hemingway, a cui venne somministrato più volte l’elettroshock nel tentativo di curarne la depressione, causando però frequenti amnesie: «Che senso ha avuto distruggere la mia mente e cancellare la mia memoria, che costituiscono il mio capitale, e senza di loro sono disoccupato? È stata un’ottima cura, ma abbiamo perso il paziente».

Abbiati et al. ci ricordano che negli anni ‘60 e ‘70 nel nostro paese si diffuse sempre più l’idea della psichiatria sociale  e  l’elettroshock fu presentato come uno strumento utilizzato  contro i pazienti che creavano disordine in ospedale. Un grande movimento di contestazione portò nel 1978 alla promulgazione della legge 180, che produsse un’importante revisione nell’ordinamento degli ospedali psichiatrici e promosse notevoli miglioramenti nei trattamenti dei pazienti.

L’ispiratore della legge, il neurologo e psichiatra Franco Basaglia, scomparso nel 1980, aveva già avviato da alcuni anni le prime esperienze anti-istituzionali nell’ambito della cura dei malati di mente. In particolare, egli trasferì il modello della comunità terapeutica all’interno delle strutture ospedaliere, vietando gli elettroshock e aprendo anche i  reparti al pubblico. Fu l’inizio di una fondamentale riflessione sociopolitica sul ruolo e sulla effettiva utilità dell’ospedale psichiatrico.

L’elettroshock deve essere oggi somministrato in condizioni controllate e da personale altamente specializzato. La grande sfiducia verso questa pratica “scientifica” ha portato a rivalutarne l’uso, limitandolo fortemente, solo nei casi di provata utilità, ossia nel trattamento delle forme più gravi di depressione e psicosi, dopo che gli antidepressivi e la psicoterapia non si sono rivelati efficaci nel lungo periodo.

La circolare del Ministero della Salute del 15.02.1999 risponde in modo coerente alla diffidenza e alle perplessità dei cittadini, rassicurandoli. La norma stabilisce, infatti, che l’elettroshock «deve essere somministrato esclusivamente nei casi di episodi depressivi gravi con sintomi psicotici e rallentamento psicomotorio, dopo avere ottenuto il consenso informato scritto del paziente, al quale devono essere esposti i rischi ed i benefici del trattamento e le possibili alternative. L’applicazione dello shock deve avvenire su paziente incosciente per l’effetto di anestetici e trattato con rilassanti muscolari per controllare le contrazioni muscolari».

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