Inventiamo il nostro futuro

“Le preghiere non cureranno l’AIDS. La ricerca sì.” Questo slogan, utilizzato diversi anni fa dall’American Foundation for AIDS Research, ci ricorda che le soluzioni ai problemi più grandi si trovano solamente grazie agli studi ed alle indagini dei vari gruppi di ricerca nel mondo. La recente crisi finanziaria impone un’attenta riflessione per quanto riguarda l’aspetto dei finanziamenti a cui questi soggetti possono accedere. Se davvero si vuole scoprire qualcosa di veramente utile e innovativo bisogna spendere molti soldi, ma il contribuente che paga le tasse ha il diritto di sapere come questi vengano investiti, a maggior ragione in un periodo di forte recessione mondiale come quello attuale. E’ possibile ottimizzare i costi, non rinunciando alla ricerca pura, i cui benefici non sono spesso immediati? I tagli sono davvero inevitabili? Alcuni giorni fa la rivista Science si è posta queste domande e nel suo  editoriale Alan I. Leshner (chief executive officer dell’American Association for the Advancement of Science) ha affermato che bisogna ripensare completamente il modo con cui si fa scienza. Non è infatti accettabile che gli scienziati  americani debbano impiegare per gli atti amministrativi ben il 42% della quota di tempo prevista per la ricerca. Lo stesso sistema  di proposals e peer reviewers andrebbe fortemente snellito in modo da garantire maggior tempo per lo studio e le analisi. Inoltre non è affatto detto che i previsti tagli portino realmente ad un effetto positivo. Fare di più con meno è un cliché che non può valere in questo caso. I finanziamenti, se ben spesi, servono a garantire la qualità dei risultati e delle innovazioni. Queste ultime producono a loro volta un guadagno per l’indotto e nuovi posti di lavoro. Il governo ed il Congresso degli Stati Uniti hanno deciso di stabilire delle priorità e di tagliare i “rami secchi”, cercando di definire una cifra adeguata per la ricerca senza sacrificare l’eccellenza. Queste scelte forzate porteranno quindi alla chiusura di parecchi programmi, non senza polemiche o proteste, ma la spinta all’innovazione rimarrà sempre irrinunciabile. Gli americani stanno cercando di reagire, ma cosa sta succedendo in Italia? Quali sono le politiche del MIUR, il Ministero  dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca? Il recente ddl Stabilità ha fissato i fondi per le università nel 2012. Sono in arrivo 400 milioni di euro. Per quelle private sono previsti 20 milioni. Per le scuole paritarie arriveranno 242 milioni. Per i policlinici universitari non statali 70 milioni. Si tratta di una risposta realmente adeguata? I dati ISTAT del Rapporto “Noi Italia” (link: http://noi-italia.istat.it) ci forniscono il rapporto tra spesa per ricerca e sviluppo e PIL. Nel 2008, l’indicatore italiano era all’1.23% e per il 2020 è previsto il raggiungimento dell’1.53%. In relazione al rapporto con i PIL regionali, spicca il Piemonte con l’1.88% (soprattutto ricerca privata) ed il Lazio con l’1.79% (per lo più enti pubblici). Nel Nord-ovest, ad investire di più sono le imprese medio-grandi (0.98% del PIL). Cosa succede vicino a noi? Svezia e Finlandia sono già oggi oltre il 3.5% mentre Danimarca, Austria e Germania spendono intorno al 2.5%. Si tratta proprio delle nazioni che stanno affrontando meglio la crisi e questo porta necessariamente a riflettere sull’assoluta necessità degli investimenti per la ricerca. Come ha detto Alan Kay, un famoso informatico, “Il miglior modo per predire il futuro è inventarlo”.

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